A me invece le figlie soprattutto chiedevano di raccontare vicende della mia infanzia in quella Lenola che conobbero assai più tardi. E io le facevo ridere con le disavventure del mio violino, o con la storia di una scorpacciata che mi aveva fatto addormentare in pieno mattino in un campo di fave scomparendo ala vista e gettando i miei nell’angoscia per ore. Ma più di tutte a loro piaceva la storia della luna.
Era andata così
Ero ancora solo un fanciullino: una sera prima di accucciarmi nel letto per il sonno notturno – non so perché – mi ero rifiutato di usare il vasetto, come voleva il rito serale. Era allora intervenuto mio padre a sollecitarmi promettendo in cambio qualsiasi regalo io volessi. Attratto da quella promessa mi ero accosciato sul vaso e avevo versato con sonora abbondanza la mia pipì. Mio padre, soddisfatto dell’esito, mi chiese che regalo volessi per premio. Era una dolce sera d’estate e dal balcone aperto avevo dinanzi il monte Appiolo su ci si levava, lenta e maestosa, una luna d’argento. Io subito dissi: – Voglio la luna..
Ascoltando questa storia, le fanciulle chiedevano ripetessi quel che mio padre rispose ridendo: – Ragazzo mio, quella proprio non posso dartela…..- E il mio strillo che replicava disperato: – E io rivoglio la piscia mia!”
Pietro Ingrao, “Volevo la luna”, Einaudi Editore, 2006, pagg. 167-168