Pietro Ingrao e Fondi (a cura di Carlo Alberoni)

Sulla sua figura di politico e uomo di profonda cultura hanno scritto in tanti, intellettuali, scrittori, poeti.

Frequentando il liceo Pollione di Formia conobbe Domenico Purificato, prima simbiosi di una generazione culturale condensata nella significativa foto del 1950 scattata presso la galleria Palma di Roma,

prima mostra personale del trentacinquenne Domenico Purificato. Accanto a Libero de Libero, Maestro di tutti gli altri, lo stesso Purificato con Giuseppe De Santis, Dan Danino di Sarra, Leopoldo Savona, Nino Peppe, Marcello di Vito, Guido Ruggiero, Adelmo e Oddino Purificato. 

Al centro Pietro Ingrao, fondano di adozione, che ha amato grandemente questa città tanto da citarla nell’incipit del suo primo libro di poesie ‘Il dubbio dei vincitori’ (‘Resterà Fondi’); proprio per il forte legame che lo ha tenuto unito a Fondi in tutta la sua vita, bisognerebbe ricordarlo con l’intitolazione di un luogo della città.

Pietro Ingrao (Lenola, 30 marzo 1915 – Roma, 27 settembre 2015) anche giornalista, Presidente della Camera dei Deputati dal 1976 al 1979.

Persona semplice e disponibile. Lo incontrai in una calda estate a Lenola alla ricerca di refrigerio. Era seduto su un gradino presso il Santuario Madonna del Colle. Non disdegnò il colloquio, parlava semplicemente. Avrei voluto ringraziare seppur dopo tanti anni. Era il 3 febbraio dell’anno 1969. Fondi era in rivolta per lo sciopero in difesa dell’agricoltura con l’occupazione della rete ferroviaria. Seguirono gli scontri con la Polizia, decine di feriti. Ingrao la sera stessa si precipitò presso l’ospedale San Giovanni di Dio a Fondi, accompagnato dal prof. Mario Mosillo, volle visitare tutti i ricoverati.

Fummo trattenuti in 91, tra i quali il sottoscritto e rischiammo una denuncia penale. Fu Ingrao ad evitare che il fatto avvenisse, ricordevole fu il suo intervento presso la Camera dei Deputati.

Era immancabile a Fondi, nelle iniziative del partito, presente in convegni e simposi.

Ne riporto alcuni. Fondi, 8 gennaio 1978.

Presentazione del “Progetto Speciale Fondi” con Mario Berti assessore regionale all’industria e commercio, Gianni Giannoni sindaco di Fondi, Pietro Ingrao presidente della Camera dei Deputati, Emilio De Luca presidente della XVI Comunità Montana, Giulio Santarelli presidente della Giunta Regionale del Lazio, Leda Colombini assessore regionale, Agostino Bagnato assessore all’Agricoltura della Regione Lazio (Asilo Maria Pia di Savoia).

13-14 aprile 1985, aula magna Scuola Media Garibaldi Fondi, convegno sulla figura e l’opera del maestro Domenico Purificato. Con Ingrao, distintosi per l’approfondito e qualificato intervento, parteciparono Elsa de’ Giorgi, Franco Portone, Gabriele Panizzi, Guido Ruggiero, Giuseppe De Santis.

Rassegna cinematografica “De Santis e i suoi film”, organizzata a Fondi dal Festival del Teatro Italiano nella sezione dedicata al cinema nell’agosto del 1987.

La rassegna, come le altre che la precedettero, si poteva ben definire una “antologica” d’eccezione con tutti i film girati da Beppe, e ovviamente non poteva mancare la tavola rotonda d’apertura alla quale prese parte Guido Aristarco, Massimo Mida Puccini, Raf Vallone, Pietro Ingrao, il sindaco Arcangelo Rotunno, Antonio Parisi, autore di un saggio su De Santis, e Franco Portone nella veste di moderatore.

Ed ecco il clou. Invitato presso la Scuola Media Don Lorenzo Milani per l’VIII edizione del Premio Nazionale di Poesia Libero de Libero, svoltosi domenica 1° dicembre 1991, Ingrao partecipò con entusiasmo e predisposizione. Gli fu conferito un alto rilievo in bronzo raffigurante de Libero del prof. Michele Biondi.

Quell’anno il Premio fu vinto dal poeta Nelo Risi. In Giuria: Guglielmo Petroni, Ferruccio Ulivi, Mario Petrucciani, Pasquale Maffeo.

Apprezzato il suo intervento, qualificato, documentato, ricordevole.

Eccolo:

PREMIO NAZIONALE DI POESIA LIBERO DE LIBERO

L’intervento di Pietro Ingrao

Più che un intervento, la mia vuole essere una breve riflessione.
Ho ascoltato con grande interesse quanto detto finora. Sono molto contento di questo trovarsi insieme parlando di de Libero.
Molti a Fondi ricordano con quale insistenza ho pensato e detto che questa città e questa terra dovevano riflettere molto su de Libero e in qualche modo rimediare a qualcosa che era mancato nel passato.
Sono contento dell’iniziativa del Premio e dell’incontro di questa sera.
Mi pare che già stiamo uscendo dal “silenzio ingiusto”, questo perché c’è stato un silenzio ingiusto nei riguardi di de Libero.
Voglio dire, però, una mia impressione, un po’ drastica. Siamo solo all’inizio e forse ci sarà da lavorare attorno alla riflessione su de Libero, per capire meglio quello che lui rappresenta non solo per la vita di questa terra, di questa città, di tanti di noi, ma un po’ come punto in una storia abbastanza tormentata della letteratura italiana di questo secolo.

Perché siamo solo agli inizi? Perché credo che occorra una ricerca, non solo sulla figura di de Libero, ma su che cosa è stata la cultura italiana in questo passaggio drammatico del paese, che è stato il cuore di questo secolo: la seconda guerra mondiale, le cose sconvolgenti che ne sono seguite, i mutamenti profondi di orizzonti.

Forse dobbiamo mettere da parte – posso sbagliare – alcune idee che ancora, almeno a me, convincono fino a un certo punto nel senso che ha avuto de Libero e anche la vicenda culturale dentro cui si è svolta.

Credo che dobbiamo rinunciare a una lettura ancora non l’ho sentita questa sera, ma c’è stata per molto tempo – un po’, uso questo aggettivo – arcadica di de Libero. Non è così. Lui è stato una figura drammatica, tragica. Bisogna riflettere intanto su quello che ha significato per tutta una generazione, lui e tutta una ricerca intellettuale, culturale, che si è svolta.

Io non sono tra quelli che danno un giudizio un po’ liquidatorio di quella che è stata la cultura novecentesca italiana e anche la poesia italiana. Almeno se rifletto con la mia esperienza. Questa cultura e questa letteratura italiana, compresa la poesia, in fondo, si erano adeguate al fascismo, erano state opportuniste in un senso non solo politico ma più profondo.

Io non sono persuaso di questo e quindi sono per un giudizio diverso in generale, molto meno severo, perché ritengo, invece, che quella cultura letteraria, che molto spesso si mette sotto il termine sommario di ermetismo, ma poi non è solo ermetismo. Già de Libero – secondo me – è una cosa un po’ diversa, è stato – e qui mi sembra l’interesse della figura – un ponte, abbastanza incerto, abbastanza dubbio, tra un’Italia immersa nel fascismo e che usciva da un’arretratezza, da una marginalità e quello che stava avvenendo nella grande cultura novecentesca europea. Io l’ho vissuta personalmente, ero ragazzo, stavamo immersi in un certo clima e il contatto con questa cultura ci ha messo a contatto con tutta una riflessione teorica, non solo letterariamente espressiva.

Era la grande vicenda che ha dato, su scala europea, grossi nomi. Non solo la grande cultura francese, il surrealismo, a cui si fa riferimento, l’espressionismo fino ad arrivare a Kafka, a Joyce, ad autori che hanno mutato in modo costitutivo il modo di pensare del nostro secolo, a mio parere.

Certo era molto faticoso, molto tormentata quella cultura e anche i poeti che io amavo, Ungaretti, Montale. Sono stati un passaggio per aprirsi ad un’altra lettura, ad un’altra nozione della vita.

Una cosa che io sento molto in de Libero e su cui si deve un poco riflettere meglio.

Ho parlato di una figura tragica, tragica e problematica al tempo stesso, per dirla tutta, una lettura “ciociara” non mi persuade e sapete che io amo la Ciociaria.

Cosa mi sento di dire se rifletto ai testi suoi come io li ho letti? È stato notato questo suo ricorso continuo ad una figura letteraria che si chiama Ossimoro, che è una lettura problematica della vita, in cui non c’è mai … è un orologio ma contemporaneamente forse è un non orologio. Che cos’è?

Nell’assiomaticità del tempo, ancora adesso è un’interpretazione molto feconda il suo ricorso all’Ossimoro. Questi termini sono emblematici nella sua poesia e appunto la brace e la cenere.
“Di brace in brace”, mi sembra molto illuminante il titolo del suo libro, mi sembra molto bello di brace in brace. Adesso ci sarebbe molto da dire sul termine brace, cosa significa. Come dire un ardere e un consumarsi, però un continuare ad ardere. Sei al limite della consumazione però si riproduce, fino a quando poi e dove arriva la cenere. Questa è la grande lezione poetica che ricavo dalla sua poesia e questo mi sembra molto moderno. Non direi che lui è riuscito a realizzare pienamente questa ricerca, però qui trovo una grande lezione ancora attuale perché noi ci troviamo di fronte a due grandi spinte culturali. Una che possiamo chiamare in termini molto semplici del consumo e questo contraddice con questa poesia. Un’altra che a me persuade anche meno, della debolezza dell’esistere.

Di fronte al tragico, il tutto si risolve nella leggerezza dell’esistere. Pensiero debole per intenderci. Abbiamo scoperto la mancanza del fondamento. Ci troviamo di fronte ad un mondo infondato, accettiamo l’infondatezza, ma accettiamo anche il fluttuare in questa infondatezza.

A me sembra che de Libero non si acquieta in nessuna di queste due risposte e continua – in qualche modo – ad essere ‘brace in brace’ a rischio sempre di diventare cenere.

Qui – dobbiamo dircelo tra noi se no siamo un po’ ipocriti – è anche la sua collera, il suo dolore nei riguardi di questa terra che sembrava non l’avesse compreso. A Fondi non è stato un cittadino felice, appena adesso comincia a ritrovare posto in questa città perché quella storia era quella riflessione poetica tragica, era quella confessione di un risultato incerto, di una sofferenza, di una tensione.

Trovo in questo testo pubblicato e leggo: “… sprecò attese e intese in premi di speranza, per avere un compagno scelse se stesso” (verso tragico e denso); “…e andarono in paesi di un altrove” (altrove che è più di altro, un altro non ancora definito) “… tornando per strade che crollarono, soltanto uno specchio gli aprì la porta” (e qui la metafora dello specchio) “… per condurlo all’inferno del suo sguardo”.

(Qui adopera una parola molto dura: “all’inferno del suo sguardo”, quindi non era un uomo né semplice, né fortunato).

Dobbiamo uscire da un accoglimento facile, dobbiamo capire quanto
è stata drammatica la sua ricerca, dobbiamo capire di più, perché e dove è an
dato»