Con l’organetto a casa di Pietro (a cura di Ambrogio Sparagna)


L’articolo fu pubblicato da L’UNITA’ l’8 novembre 2015

Il mio caro amico Peppe De Santis, il grande maestro del neorealismo italiano, mi parlava spesso di Pietro Ingrao, in particolare del suo interesse verso le tradizioni popolari del nostro territorio, quella parte dell’Appennino del Lazio meridionale che con le sue catene montuose fa da barriera al mare. Ogni volta che parlava di Pietro mi diceva che doveva combinare un incontro assieme ma non ne avemmo la possibilità. A farci incontrare fu un altro amico comune di Lenola, Marrigo Rosato.

A casa di Ingrao ci andai con il mio organetto e subito dopo il primo saluto lui mi chiese con grande garbo se potevo suonargli qualcosa perché era desideroso di risentire quel suono antico. Appena mi infilai l’organetto sulle spalle, i suoi occhi brillarono di gioia. Quel suono lo aveva rapito. Era così contento che mi chiese di continuare a suonare e cantare. E come nelle feste popolari di un tempo, prima di cantare un canto incominciai a declamarne il testo e con sorpresa mi accorsi che Pietro conosceva perfettamente gli antichi canti della nostra comune tradizione pastorale, tanto che recitava la chiusura del verso così come facevano i pastori contadini.

E se io provavo a declamare il primo verso di ”Abbasciu ajju pantanu” lui rispondeva “ci steva na taverna”, e se poi io seguitavo con i versi “e na vajjona bella” lui chiudeva “ci steva a ji abbità”…

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Con l’organetto a casa di Pietro